La sete di misericordia

Tugdual Derville 2La sete di misericordia nelle società percorse dagli attentati alla vita.

Conferenza Tugdual Derville in occasione del primo Congresso apostolico mondiale della misericordia.

È una grande gioia e un onore per me parlare oggi davanti a voi nella mia qualità di laico cristiano impegnato al servizio della vita nel suo paese. Tutti noi sentiamo che c’è ancora molto da scoprire e da condividere sul tesoro della Misericordia, e cercherò di contribuirvi a partire dalla mia esperienza nutrita dalla Parola.

In primo luogo parlerò delle sofferenze morali provocate dagli attentati deliberati alla vita, in particolar modo dall’aborto. In seguito spiegherò la sete originata da tali ferite. Tutto ciò porta a vedere l’annuncio della Misericordia come una priorità nel campo dell’evangelizzazione.

I – Le sofferenze morali provocate dagli attentati alla vita

I nostri cuori si volgono insieme a Dio sulle afflizioni del popolo

Quando cerco di cogliere la natura della nostra vocazione cristiana nelle società attuali in cui viviamo, penso spesso a quella di Mosè. Sconvolto dalla schiavitù del suo popolo, Mosè aveva inizialmente reagito con la violenza, spingendosi fino ad uccidere un Egiziano che maltrattava uno dei suoi e fuggendo poi nel deserto. Lì, di fronte al Roveto ardente, la parola di Dio lo chiama. Tale parola si congiunge con il suo sguardo: «Ho osservato l’afflizione del mio popolo» (Es 3,7). Ciò che Mosè aveva visto e tentato di risolvere in modo goffo e brutale, Dio lo vede e lo osserva perfettamente. Lo chiama ad agire, a negoziare («Ti mando dal Faraone»). Gli dà le chiavi dell’impresa: un bastone, un compagno… Insiste poi sul senso spirituale e comunitario della vocazione di liberare i suoi fratelli: «Servirete Dio su questo monte» (Es 3,12). Tutto ciò ha inizio da un bruciante dialogo a cuore aperto tra l’uomo e Dio volti insieme sull’afflizione del popolo. È già Misericordia!

Nell’enciclica Deus Caritas Est, Benedetto XVI parla del «programma del buon Samaritano»: «un cuore che vede». Ma cosa vediamo? Non tutto, per fortuna. Non potremmo sopportarlo. Ognuno di noi, là dove vive, è chiamato a vedere le afflizioni che lo toccano e fanno appello al suo cuore. Ma quando i nostri cuori diventano di pietra, i nostri sguardi se ne distolgono.  Ognuno evita coloro che non vuole vedere. Tutti noi conosciamo questa esperienza, amara come un rinnegamento. Permettetemi tuttavia di confidarvi un sentimento di solitudine che a volte ci invade. Invade, a mio avviso, molti membri dei movimenti impegnati al servizio della vita. È anche la solitudine che può provare ogni persona che cerchi di far fronte a emergenze sociali, umanitarie o spirituali. A volte, come fossimo in un incubo, abbiamo l’impressione di essere i soli a vedere quello che vediamo, a prendere coscienza dell’ampiezza di un dramma.. È il caso della fame, della povertà materiale, dei maltrattamenti e di ogni forma di ingiustizia. È il caso degli attentati alla vita e delle loro conseguenze.

In Alliance VITA, ascoltiamo, incontriamo ed appoggiamo numerose persone confrontate alle prove della vita: contrasti familiari, lutti prenatali e postnatali, drammi legati all’handicap, alla solitudine o alla fine della vita.  Mi concentrerò in questa occasione sulla questione dell’aborto, anche se potremmo facilmente applicare tali riflessioni ad altri attentati deliberati alla vita o alla dignità umana come l’eutanasia, il suicidio, la prostituzione…

Il grido silenzioso delle donne che piangono i loro figli mai nati

 In un certo senso – malgrado la visione limitata imposta dai limiti della mia natura umana – posso dire parlando della Francia del 2008: «Vedo una grande afflizione che opprime il mio popolo!» Dietro le fredde statistiche, comincio a realizzare con spavento la portata del fatto che quasi il 40% delle donne Francesi – secondo le cifre ufficiali dell’Istituto Nazionale Francese di Studi Demografici – abortiscono almeno una volta durante i loro anni di fecondità. Le confidenze che ci hanno fatto molte di loro (ma anche alcuni uomini, oppure fratelli e sorelle di quelli che non sono nati, o ancora personale medico coinvolto) aiutano a misurare la profondità di questo dolore.

Ho sentito frasi terribili, spesso le stesse: «Sono morta quando ho abortito», «Non merito di essere madre», «Ho commesso un crimine abominevole». Queste grida di disperazione, bagnate di lacrime, esprimono il dolore di madri in lutto che non osano pensare a se stesse come madri, e che spesso sono imprigionate in un senso di colpa, come perseguitate da un gesto che le ha straziate, a volte radicate in un sentimento di morte.

Vi leggerò una sola delle centinaia di testimonianze che abbiamo ricevuto ultimamente:

«Grazie per la vostra risposta, mi sento capita e questo mi fa bene. Ora cerco di mostrarmi serena, i miei figli e mio marito mi hanno vista piangere troppe volte. Ma dentro di me tutto è estremamente difficile, i miei sentimenti possono risalire a galla in qualsiasi momento. Quel bambino era un sogno splendido, il più bello, il più prezioso. L’ho distrutto io, ho ucciso il mio piccolino, quell’esserino che era dentro di me e che dovevo proteggere. La mia vita non sarà mai più la stessa, qualcosa in me è morto insieme a mio figlio, un pezzetto di me è scomparso con lui. Ho venduto la mia anima al diavolo, mi torturerà tutta la mia vita, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Tocca a me imparare a convivere con questo. La vita deve continuare, bisogna andare avanti.»

Molte donne soffrono a lungo in silenzio perché non credono possibile una consolazione all’aborto. Si credono maledette. Occorre precisare che queste espressioni tormentate sono usate da persone che hanno convinzioni spirituali di ogni sorta, cristiane o no, credenti o no. Non si tratta – come pretendono alcuni – delle evoluzioni di una cultura giudaico-cristiana che colpevolizza le donne. Certo, bisogna precisare che non tutte le donne esprimono la loro sofferenza nei termini che ho tratteggiato, ed anche che non tutte ne soffrono. Ma molte cominciano a parlarne. Non si tratta di un fenomeno marginale.

Spesso sono stupito dall’umiltà di questi cuori spezzati, dalla sincerità del loro atteggiamento e dalla bellezza delle loro anime, pervase da una misteriosa richiesta. Ma qual è dunque la sete profonda di una persona che, in apparenza, «non vuole essere consolata», che non riesce – come spesso dice – a perdonarsi e addirittura «a ricominciare a vivere» dopo aver subìto un atto di morte? È una sete di consolazione, di perdono e di vita. È una sete di Misericordia.

II – La sete di Misericordia originata da queste ferite

 Mostrare benevolenza

Se si dovesse riassumere in una sola parola l’atteggiamento che mi sembra più adatto a queste situazioni dolorose, sceglierei prima di tutto la «benevolenza». Maurice Zundel, nel libro Notre Dame de la Sagesse che risale al 1950, usa quanto a lui una parola un po’ invecchiata, «bontà»: «L’ingranaggio della miseria che stritola l’uomo […] questo fallimento della vita [viene] “esorcizzato” – spiega – [quando] un lampo di bontà rivela il senso morale dell’universo in un viso umano».

La morale e la bontà. Ecco due parole che l’anticristianesimo vuol credere incompatibili, e che invece sono collegate nella Misericordia. Permettetemi di leggere più estesamente il passaggio di Zundel che precede questa citazione sottolineando alcune espressioni. Questo testo è infatti per me uno strumento magnifico di formazione all’ascolto per un cristiano che vuole trovare una «giusta distanza» nei confronti dell’altro in un incontro come quelli di cui facciamo esperienza.

«Nel rispetto infinito che dimostrerete verso il suo mistero, l’uomo riconoscerà al contempo la grandezza della propria anima e Colui che solo la può riempire: Dio, che egli già presagisce, senza poterlo nominare, nella libertà assoluta che il vostro sguardo gli accorda. Nell’atto di fede che voi esprimete a tutto ciò che egli può diventare al di là del suo stato attuale; nell’omaggio che fate a tutto ciò che la grazia divina può compiere in lui; nella vostra volontà di accettare il suo essere e di appoggiare il carattere unico dell’equilibrio che è chiamato a realizzare; nel vostro rifiuto di giudicarlo e di intervenire nella sua coscienza, a meno che lui stesso non vi ci inviti; infine, nella riserva e nell’adesione silenziosa a tutto ciò che è inesprimibile, nell’inginocchiarsi della vostra anima davanti alla sua, l’uomo sente aprirsi davanti a lui spazi infiniti dove respira l’aria della sua vera patria. Può essere se stesso, lascia cadere la maschera, vi mostra il volto della sua natività».

Siamo quindi invitati alla meraviglia davanti alla bellezza della persona che si confida in tutta la sua povertà. Ecco che la nostra anima spontaneamente si inginocchia. «Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più», dice Gesù.

Per testimoniare la Misericordia possiamo collocarci solo sulla fragile linea d’argilla dove si abbracciano l’amore e la verità. Solo così la morale e la bontà non vengono tradite.

L’adultera, la samaritana, Maria Maddalena: tutte sono state raggiunte su questa linea da uno sguardo discreto, dolce e benevolente del Signore.

Gesù ci mostra che avere Misericordia non significa affatto avallare il peccato, anzi, al contrario. «Hai detto bene, perché hai avuto cinque mariti; e quello che hai ora, non è tuo marito» (Gv 4, 17-18). È un enigma per noi il constatare che una simile frase è fonte di conversione non solo per quella donna, la cui vita sessuale è gravemente criticata da Gesù, ma anche per migliaia di altri samaritani che essa solliciterà. In che modo una parola così incisiva – quasi un insulto nel contesto dell’epoca – può aprire alla gioia? Avendo imparato che il tono della voce e la qualità dello sguardo rappresentano l’80% dell’impatto di un messaggio, oso concludere che la Misericordia, fiume d’acqua viva, si percepiva, si vedeva, scaturiva in quell’incontro, al di là delle parole. La Misericordia è traghettatrice di verità.

Vincere il controsenso che sfida la Misericordia.

Eppure una terribile menzogna – parlerò di «controsenso satanico» – invischia le nostre società in una mortifera colpevolezza. Il verso di Victor Hugo «L’occhio era nella tomba e guardava Caino» mi sembra descrivere in modo drammatico ciò che succede – ciò che ci succede a volte – quando immaginiamo lo sguardo di Dio come quello di un feroce rapace che insegue la sua fragile preda. Com’è doloroso per noi tutti sentir descrivere la Chiesa come una matrigna che nega la libertà della persona, la castra, e incessantemente bracca, giudica e punisce i peccatori! Ma soprattutto, com’è doloroso per i peccatori che si credono condannati o maledetti, quando invece Dio tende loro le braccia!

Il figliol prodigo, nel momento in cui si volta verso suo padre, esce vincitore da una battaglia spirituale contro questa menzogna. Lo stesso braccio di ferro oppone nelle nostre società la disperazione e la Misericordia. La Chiesa afferma naturalmente che gli attentati deliberati alla vita costituiscono colpe di particolare gravità, cosa che d’altra parte le coscienze sanno bene, quando non sono addormentate. Il rapido aumento degli attentati alla vita nell’ambito delle famiglie o delle istituzioni sanitarie rende quindi urgenti l’annuncio e l’accoglienza della Misericordia. È un’emergenza vitale, spirituale, umanitaria.

Quante volte abbiamo udito una persona che soffriva dopo un aborto dirci: «La mia vita è finita»! Un giorno, una donna ci ha addirittura spiegato: «Sono cristiana e ho abortito, quindi Dio non può perdonarmi». Un Dio incapace di perdonare! Inversione radicale del messaggio del Vangelo e della nozione di potenza di Dio! Anche se mi rallegro spesso dell’abbondanza di Misericordia che è già venuta a soddisfare la mia sete di perdono, non sono sicuro di sfuggire a un tale smarrimento.

L’ignorare la Misericordia avvelena le nostre società paganizzate con la stessa violenza della negazione del rispetto della vita. «Ecco, verranno giorni in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore. Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno». Queste parole del profeta Amos (8, 11-12) mi tornano spesso in mente quando ricevo persone che si trascinano oggi senza punti di riferimento naturali, ignorando inoltre la religione della Vita e della Misericordia che è il cristianesimo. Difficoltà ingiuste si moltiplicano quando certi condizionamenti sociali hanno portato ad ignorare la legge che vieta di uccidere; eppure essa è radicata nel cuore di tutti. Le famiglie ne risultano ferite e spaccate. E quando la Misericordia non viene riconosciuta, tali difficoltà si incistano, si aggravano e si ripetono.

Come presentare la legge della vita che rifiuta l’assassinio a coloro che sono a tal punto smarriti? Sarebbe un errore considerarla come uno zaino pieno di divieti, pesanti fardelli da trasmettere con la sensazione di far portare alle persone dei gioghi che li ostacolano e compromettono il loro benessere. In realtà, il divieto di uccidere è un comandamento che libera. Il rispetto della vita, spiegava Giovanni Paolo II, è la condizione stessa della felicità (Evangelium Vitae, art. 6). Per quanto riguarda la capacità di perdonare e di accogliere il perdono, è il segreto – troppo ben custodito – dell’amore. Coloro che lo ignorano sono spesso schiacciati sotto il peso del risentimento e del senso di colpa.

Rispondere al bisogno di consolazione salva la vita

«Consolate, consolate il mio popolo!» (Isaia, 40, 1). Il peccatore ha bisogno di consolazione. Il tema del primo congresso di Alliance VITA che si tenne sabato 2 aprile 2005 a Parigi era «L’urgenza della consolazione». Quella sera abbiamo tutti imparato il richiamo a Dio del papa della Misericordia.

Perché la consolazione è così urgente? Solo una cultura della Misericordia è in grado di fermare l’ingranaggio nel quale le «strutture di peccato» stritolano gli esseri umani. Giovanni Paolo II, nell’Evangelium Vitae, spiega in modo magnifico ciò che chiama «il paradossale mistero della misericordiosa giustizia di Dio», commentando appunto il primo assassinio familiare, un fratricidio. La paura di Dio (da non confondere con il timore santo che ci ispira la sua grandezza) è portatrice di morte. Eppure Caino, il primo assassino, viene marchiato con un segno di vita e di protezione. Se le nostre società sapessero quando ampie sono le braccia aperte del Padre, quali rallegramenti accompagnano in Cielo il pentimento di un peccatore, soprattutto di un «grande peccatore» come avrebbe detto il Curato d’Ars, e se sapessero in merito all’aborto che «nulla è perduto», sempre secondo Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitae (art. 99), tali ferite diventerebbero fonti di consolazione. È di questa consolazione che hanno sete da morire tante persone che non sono state all’altezza delle loro rispettive vocazioni: uomini «protettori della vita», donne «sentinelle dell’invisibile», personale sanitario «custode della vita», responsabili politici incaricati di stabilire leggi che difendono la vita.

Quando una donna ci confida «ho commesso un crimine abominevole!», bisognerebbe essere capaci di ripetere fedelmente con la dolcezza di Dio: «Ha commesso un crimine abominevole?» Inutile negare la gravità dell’atto che sta confessando. Coloro che lo fanno, che fuggono spaventati dalle cose dette, possono ferire colui (o colei) che ha bisogno di essere ascoltato nella verità. È poi inutile aggiungere altro. La nostra benevolenza deve essere assoluta. Ma attenzione al vocabolario menzognero che crede di rassicurare e invece addormenta le coscienze e rischia di rinchiuderle nell’angoscia e nella fatalità. Far credere a una donna che il suo aborto era inevitabile è il modo migliore per annientarla.

Anche delle personalità favorevoli a un «diritto all’aborto» cominciano a riconoscere che alcune donne hanno bisogno di chiedere perdono dopo un atto del genere. Penso a Stéphane Clerget, psichiatra e autore del recente Quel âge aurait-il aujourd’hui ? Le tabou des grossesses interrompues (Fayard 2007). Anche se questa idea di perdono in assenza di un reale pentimento, e persino di rimorso, è in un certo senso incompleta, è già un segno.

Solo il dono e l’accoglienza della Misericordia permettono di evitare che un senso di colpa soffochi la persona al punto di non riuscire più a differenziarsi dal suo gesto. Una persona che si identifica con un atto grave che ha commesso rende tale atto una palla al piede, un parassita che la sminuisce e che può portarla alla morte psichica, spirituale, affettiva o fisica.

«Sono una madre assassina!» Questa prigione di fatalità è spesso la spiegazione degli aborti ripetuti. L’annuncio della Misericordia è essenziale ed urgente per prevenire la ricaduta. La Misericordia permette di dissociare l’atto dalla persona: «Quanto è lontano il levante dal ponente, tanto ha egli allontanato da noi le nostre colpe» (Salmo 103). La Misericordia permette di riconoscere e poi di allontanare il peccato per liberarsene.

Medicare le ferite spirituali provocate dagli attentati alla vita

La ferita della vita – ho potuto constatarlo ascoltando donne che avevano abortito – è molto spesso una ferita spirituale. Paradossalmente la consapevolezza naturale di aver provocato una grave ingiustizia introduce spesso la questione di Dio in vite a tal punto tormentate. L’uomo sente di non poter uccidere interamente un altro perché in ogni vita umana c’è una realtà immortale su cui gli altri non hanno presa. E neanche Satana. Eppure un tabernacolo interiore è stato profanato. Ad esempio, una donna che ho assistito mi ha spiegato che il fatto di aver abortito, dandole coscienza di una grave trasgressione a una legge sacra, aveva originato la sua conversione. Si era rivolta a Dio, pur non essendosi sentita realmente presa sul serio dal sacerdote che per primo aveva ricevuto la sua confessione.

Purtroppo la coscienza spirituale della colpa può accompagnarsi a controsensi religiosi con conseguenze drammatiche: «Avevo gli incubi: mio figlio mi accoglieva all’inferno per rimproverarmi il mio gesto», mi ha raccontato una persona non cristiana. A volte mi succede di dire a una donna che prova dolore e senso di colpa per aver abortito: «Lei non è forse una mamma in lutto?» In ogni caso, io la vedo così. Trovo sostegno nel modo in cui Giovanni Paolo II si rivolge direttamente alle donne che hanno vissuto un aborto nell’articolo 99 dell’Evangelium Vitae: «Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento […]. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l’avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione.» (Ci sarebbe molto da dire sull’importanza di una vera e propria liturgia del perdono di cui hanno bisogno le donne che chiedono il sacramento della Riconciliazione, e sulle iniziative concrete che possono completare questo gesto umile e coraggioso).In precedenza, nell’enciclica, Giovanni Paolo II aveva descritto con grande realismo i condizionamenti che hanno potuto attenuare la responsabilità di queste donne. Più oltre, dice loro con gentilezza una frase che ci riempie di speranza: «Vi renderete conto che nulla è perduto e potrete chiedere perdono a vostro figlio che vive ormai nel Signore.» Nulla è perduto! Né per la madre, né per il bambino. Il legame di amore materno e filiale che si credeva annientato viene ristabilito in Dio. Questa è l’opera del limite divino assoluto che è stato fissato al male, un male che queste donne credevano spesso definitivo, irreparabile, irreversibile. «Morte, dov’è la tua vittoria?» Questo mi dico quando, dopo aver percorso un cammino di Misericordia, donne che hanno abortito si impegnano nei nostri servizi di aiuto alle donne incinte in difficoltà o che hanno già abortito.

Accedere alla verità attraverso la Misericordia

Di certo ci è successo di contrastare la Misericordia quando abbiamo stigmatizzato i peccatori, rivolgendo loro uno sguardo giudicante, scagliando su di loro la prima pietra fino ad annientarli. A questo proposito ho chiesto di recente l’avviso di un amico pastore protestante che ha le mie stesse convinzioni e lo stesso impegno per il rispetto di tutte le vite umane: mi ha detto di aver fatto la stessa osservazione. Stando a contatto con persone che hanno vissuto l’esperienza dell’aborto, abbiamo acquisito una coscienza maggiore della necessità di usare grande delicatezza in ogni discorso pubblico o pastorale sul rispetto della vita.

La violenza del senso di colpa che a volte esplode quando una persona realizza dentro di sé il male che ha potuto fare ci incita a non rimandare l’annuncio della Misericordia. Certe verità possono essere crudeli se non sono accompagnate dalla dolcezza della consolazione. Cosa saremmo senza il «Perdona loro perché non sanno quello che fanno» del Crocifisso? Mi è successo diverse volte, mentre narravo in pubblico le sofferenze delle donne in merito all’aborto, che alcuni uomini che si sentivano «trafitti» dalle mie parole, come mi dicevano tra i singhiozzi, decidessero di confidarsi con me. A volte realizzavano, nella grazia delle loro lacrime, che a partire dal momento in cui avevano voluto far abortire la loro compagna la loro esistenza era sprofondata senza più nessuna possibilità di costruire una vita di coppia stabile e di immaginare di diventare padri. Quando una simile ferita viene risvegliata, il ricorso alla Misericordia è vitale, come una medicina dell’anima.

Preciso che spesso è necessario incitare le persone a non giudicare se stesse con severità, come sarebbero tentate di fare, e addirittura ad evitare una forma di masochismo che le condurrebbe a restare seppellite nel loro senso di colpa. Spesso si sente, e non bisogna stupirsene: «Non riesco a perdonarmelo». L’eclissi del senso di Dio lascia l’uomo disorientato davanti alla propria debolezza, in un vicolo cieco, poiché solo Dio è onnipotente nel perdono.

La piena accoglienza di questo perdono necessita di fare, secondo la formula del giuramento giudiziario, la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. E per questo è nostro compito aiutare le persone che soffrono a causa di un attentato alla vita a trovare un equilibrio ripercorrendo la loro storia (v. Evangelium Vitae art. 99). Si scoprirà spesso che, laddove esse vedono una pozza di fango, sono ancora presenti pepite d’oro – intendo dire, di amore. Una donna che si attribuiva la piena responsabilità dell’aborto finisce per riconoscere che nessuno l’aveva aiutata, che si sentiva molto fragile sotto diversi aspetti, che aveva anche tentato di resistere alle pressioni di coloro che vedevano l’aborto come l’unica soluzione possibile e persino – cosa non rara – che l’inizio della sua gravidanza era stato segnato da gioia o meraviglia prima che le preoccupazioni degli altri la soffocassero. Si scopre anche molta ignoranza. «Non lo sapevo», confida un uomo che avrebbe sacrificato volentieri la vita per il figlio già nato, ma che non si vedeva realmente padre quando la sua compagna era incinta.

 III – La Misericordia ci invita a rinnovare l’evangelizzazione

 Vedere gli attentati alla vita come appelli all’evangelizzazione

In che modo oggi i cristiani vedono gli attentati alla vita, così diffusi e numerosi nelle nostre società? Temo che troppo spesso non guardiamo questa realtà nella giusta maniera. La collochiamo troppo spesso sul piano dei soli principi o della sola immagine della Chiesa. Siamo adirati perché un principio della giustizia viene schernito. Siamo tristi perché il messaggio della Chiesa non viene ascoltato, o addirittura viene denigrato. Questa ira e questa tristezza sono legittime: le leggi che permettono gli attentati alla vita sono scandalose e desideriamo che la Chiesa venga rispettata. Ma attenzione a non «disincarnare lo sguardo» trasformando la difesa della vita in un’ideologia. Attenzione a non dimenticare che è il Cristo ad essere offeso, non noi. Anche se l’idea di vittime innocenti ci sconvolge, non dimentichiamo che sono i peccatori a meritare ancora più compassione. Guardiamo quello che succede nei loro corpi e nei loro cuori: è una miseria fisica, affettiva, morale e spirituale; sono coscienze sofferenti, ferite o addormentate.

Quei cristiani che vedono il divieto di uccidere unicamente come un dogma rivelato senza ritenerlo un’evidenza naturale si trovano rapidamente in posizione di debolezza nel dibattito o alla prova dei fatti. Altri rinunciano alle loro convinzioni e finiscono per criticare la Chiesa e le sue posizioni in favore della vita, invece di difenderla come chiedeva Giovanni Paolo II nella sua esortazione di inizio millennio parlando di ciò che rende la Chiesa impopolare.

Non dimentichiamo quindi e soprattutto che l’impulso di ogni parola della Chiesa resta l’amore. Poiché ogni attentato alla vita racchiude una colpa o un peccato, e costituisce un grave attentato alla giustizia, è innanzitutto l’amore per il peccatore che deve stimolarci. Per lui le braccia della Chiesa sono aperte come quelle del Cristo sulla Croce. Le nostre devono darne testimonianza.

Torniamo dunque allo sguardo rivolto agli attentati alla vita. E se smettessimo di considerarli degli ostacoli all’evangelizzazione, o degli insulti alla parola della Chiesa? Perché non scoprire invece in essi degli insistenti richiami all’evangelizzazione, alla liberazione e alla Misericordia? Se siamo inviati ai malati e ai peccatori, l’aborto rappresenta logicamente una ragione e un luogo prioritari di Evangelizzazione. Mi scuso di tirare acqua al mio mulino, ma se prendiamo coscienza del fatto che nelle nostre società milioni di persone di ogni età vivono con un aborto sulla coscienza, scopriamo che questo delinea un asse fondamentale della nuova evangelizzazione, attraverso la Misericordia.

Annunciare questa Misericordia di cui abbiamo sete per noi stessi

Lo scoglio della violenza minaccia coloro che scoprono delle ingiustizie. Come Mosè prima della fuga o san Pietro prima del rinnegamento, esso minaccia i cristiani dei nostri paesi. Il fatto che il divieto di uccidere, radicato nelle coscienze dalla legge di natura, sia stato confermato a un assassino attraverso le tavole della legge non è certo banale. Neanche lo è il fatto che la missione del primo papa sia stata confermata attraverso il perdono di un triplo rinnegamento. Come i più anziani lasciano il cerchio sacrificale che minacciava la donna adultera, così un pizzico di memoria interiore mi conduce a non giudicare coloro che commettono l’ingiustizia, qualunque essa sia. Chi sono io per giudicarli?

Mi sembra che la spiritualità della Misericordia ci inviti così ad impoverirci sempre di più a forza di scoprire l’estensione delle nostre afflizioni, di quelle che nascondiamo così bene agli altri che finiamo per nasconderle ai nostri propri occhi. Non siamo forse tutti poverissimi, capaci del peggio prima di «gemere sotto il peso dei nostri peccati»? Non è forse quello il momento in cui ci lasciamo meglio attraversare dalla luce più pura? «Oggi sarai con me nel paradiso» (Luca 23, 43). Con la Misericordia annunciamo quindi ciò che ci fa vivere, ciò di cui abbiamo sete per noi stessi.

Cos’altro chiede Gesù, nella povertà della stalla o quando implora «Ho sete!» (Giovanni 19, 28) sulla croce, se non che gli consegniamo le nostre afflizioni affinché la sua Misericordia, scaturendo in acqua e sangue da un cuore trafitto, le trasformi in vittoria assoluta contro il male?

Certo, bisogna guardarsi dall’esaltare la povertà o il dolore. Santa Teresina, che aveva avuto anche lei il suo buon ladrone, ci mostra la strada: quella della fiducia. Conoscete tutti la sua professione di fede nella Misericordia: «Se avessi commesso tutti i crimini possibili, conserverei sempre la stessa fiducia, perché so bene che questa moltitudine di offese è solo una goccia d’acqua in un braciere ardente.»

Il bisogno di Missionari di Misericordia nei nostri paesi

Come Mosè che si sentiva pessimo negoziatore quando fu inviato incontro al Faraone, il che permise a Dio di entrare nella sua bocca, la beata Madre Teresa si sentiva la meno degna delle suore quando ricevette dal Signore la sua chiamata nella chiamata. «Conducimi nei tuguri dei poveri. Vieni, sii la mia lanterna. Non posso andarci da solo. Non mi conoscono, e per questo non mi vogliono.» […] «Strappali alle grinfie del Maligno. Se sapessi quanti di questi piccoli peccano ogni giorno…!» (José Luis Gonzalez-Balado, Bienheureuse Teresa de Calcutta, Médiaspaul, 2003) Ed ecco che lei stessa ci rivela in seguito, parlando dei paesi occidentali che vengono ritenuti «ricchi»: «I vostri paesi sono ancora più poveri dell’India, perché la madre è un’assassina»; e anche, senza abbandonare la sua dolcezza: «La più grande minaccia per la pace è l’aborto!» Un’osservazione di cui troviamo conferma in modo molto concreto nell’impatto distruttore dell’aborto sulle coppie e sulla famiglia.

Cosa concluderne? Come coloro che vivono nella miseria materiale hanno bisogno di missionari della carità, testimoni di un Cristo di tenerezza e di perdono, così penso che i nostri ricchi paesi, oppressi dall’ignoranza di Dio e dalla miseria morale degli attentati profondi alla vita, abbiano urgente bisogno di nuovi testimoni della vita, missionari di Misericordia.

 

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